“Chiacchere” tra l’antropologo Marco Aime e il Premio Nobel Wole Soyinka

 

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Alto, dritto, con quel cespuglio di capelli bianchi e quello sguardo buono e sorridente. Wole Soyinka non passa inosservato. Scrittore, drammaturgo e poeta nigeriano, 83 anni, Premio Nobel per la Letteratura nel 1986, è uno dei più acuti e vivaci intellettuali africani. Ha speso la sua vita a scrivere e a lottare per i diritti, pagando pesantemente di persona le sue idee (perseguitato e condannato a morte dall’ex dittatore nigeriano Sani Abacha, ha vissuto in esilio negli Stati Uniti, ma quando Donald Trump è stato eletto presidente, in segno di protesta per le politiche anti-immigrati, ha distrutto il suo permesso di soggiorno negli Usa).

Oggi si discute molto se esiste una letteratura africana o se in realtà esista la letteratura tout court, gli chiedo per iniziare. «Cominciamo con la domanda più difficile! Io a volte mi chiedo se esista una letteratura europea o americana e sinceramente non saprei definirle. Posso invece dire che so riconoscere un romanzo francese di un certo periodo, così come un libro italiano di un certo periodo. Direi che esistono molte letterature africane, che sono piuttosto legate ai popoli che non alle nazioni. C’è una letteratura yoruba, una hausa, una kikuyu…».

 

Infatti lei ha scritto che «i popoli non sono temporali, perché possono essere definiti con idee infinite. I confini, no».

L’Africa non è mai stata scoperta, ma è stata inventata, in senso “buono” e cattivo. È spesso stata vittima di costruzioni fatte dall’Occidente e spesso definite per ciò che manca: popoli senza storia, senza Stato, senza scrittura. A questo proposito si parla spesso di tradizione orale, ma è proprio così? In realtà la tradizione orale non è mai puramente orale, bensì teatrale. Anche nei villaggi, chi racconta non si limita a parlare, usa il corpo, l’espressione del viso, si muove. Anche qui però si è spesso vittime delle classificazioni: se io scrivo una commedia per la radio, è orale o scritta? I generi non sono sempre definiti in modo netto.

A proposito di tradizioni, lei mette in rilievo come a volte la loro difesa confligga con la difesa dei diritti umani. Non sempre le tradizioni sono buone.

Ci sono tradizioni che è bene conservare, ma altre no. Per esempio, le mutilazioni inflitte alle donne. Oppure il caso di un noto politico del mio Paese, che pratica la pedofilia, mascherandosi dietro la tradizione islamica. Ma non è vero! In Egitto, per esem- pio, che è un Paese islamico, la pedofilia è punita.

Lei ha vissuto l’impegno politico fin da giovane, pagandolo con il carcere, la tortura, l’umiliazione… Il potere disumanizza?

Confesso una cosa. Io, per natura, sarei una persona che cerca la tranquillità. Purtroppo mi sono spesso trovato in condizioni in cui non si poteva evitare di scontrarsi contro qualcosa o qualcuno. A volte mi chiedo perché l’ho fatto, ma non potevo non farlo.

George Orwell, a chi gli chiedeva perché andava volontario a combattere in Spagna contro il fascismo, rispondeva: «Per comune decenza».

Approvo totalmente. Il problema è che in Africa ci sono stati personaggi come l’ex dittatore del Gambia, come Mobutu, che hanno oppresso i loro popoli. Anche grazie alle potenze straniere e alle multinazionali, che amano le dittature e fanno affari con i despoti. Sento spesso dire che in Africa non c’è democrazia: attenti, è così nell’Africa postcoloniale; nella tradizione africana, persino i regni prevedevano forme di bilanciamento del potere. Non c’era mai un potere assoluto. Tra gli Yoruba, per esempio, c’era un’organizzazione tale che, se il re compiva un’ingiustizia, gli anziani prima lo ammonivano, poi, se lui continuava a comportarsi male, gli portavano una calebasse e lo accompagnavano in una capanna affinché mettesse fine ai suoi giorni.

Lei ha scritto: «L’Africa è importante, ma sempre per le ragioni sbagliate».

È sempre stata un bacino di uomini e materie prime da depredare. Purtroppo questo viene spesso dimenticato, cancellato, tanto dagli stranieri quanto dagli africani stessi. Ricordiamo la Shoah, ricordiamo Hiroshima, il massacro degli Armeni, dei nativi americani, mai, però, la tratta degli schiavi, che è stato uno dei più grandi crimini perpetrati contro l’umanità. C’è stata una disumanizzazione dei popoli identificati dalla razza. Ma anche i crimini commessi dal continente africano contro la propria razza sono di una dimensione e, sfortunatamente, di una natura che sembra costantemente suscitare il ricordo dei torti inflitti da altri in questo continente. L’incapacità di affrontare il problema dell’identità in senso razziale è stata fin troppo spesso la conseguenza di un atteggiamento ideologico.

Per concludere, lei era molto amico di Dario Fo…

La prima volta che ci siamo incontrati fu in Grecia. Riconobbi in lui un vero clown, nel senso più sublime del termine, e tra clown ci si capisce al volo. Così diventammo amici. Avevamo anche un progetto, organizzare una nave che dalla Sicilia ritornasse in Africa, carica di artisti e intellettuali africani della diaspora. Spero di riuscire a realizzarlo, un giorno.

(tratto da Africa n°6_2017)

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